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Notizia Data pubblicazione Regioni Tipologia Settori
3662 07/02/2020 Tutte Sentenze Lavori ed Opere, Progettazioni, Beni e Servizi, Settori Speciali

Titolo: Gravi illeciti professionali

Sottotitolo: Vanno sempre dichiarati, anche quando non comportano l’esclusione

Commento:

Qualsiasi condotta che vada contro la normativa, quando sia collegata all’esercizio dell’attività professionale, deve essere dichiarata dal professionista; essa infatti è di per sé potenzialmente idonea ad incidere con il processo decisionale rimesso alle stazioni appaltanti sull’accreditamento dei concorrenti come operatori complessivamente affidabili. Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 70, del 7 gennaio 2020, ha pertanto confermato un consolidato principio. In una procedura aperta per l’affidamento dei lavori di restauro e risanamento conservativo, la stazione appaltante aveva disposto la revoca dell’aggiudicazione a causa della pregressa attività imprenditoriale del legale rappresentante della società. Quest’ultima si difendeva sottolineando che il legale rappresentante al momento si era dimesso – e che i fatti contestati erano comunque risalenti e non indicati nel casellario giudiziale poiché estinti e non rientranti tra le ipotesi di cui all’art. 80, comma 5 lett. a) e c) del Codice dei contratti pubblici. Il Consiglio di Stato ha innanzitutto ricordato che, secondo giurisprudenza consolidata, la previsione dell’art. 80, comma 5 lett. c) del D.Lgs. n. 50 del 2016 non ha carattere tassativo: non contempla cioè un numero chiuso di illeciti professionali, bensì un’elencazione di natura esemplificativa, comprendente ogni vicenda oggettivamente riconducibile alla fattispecie astratta del grave illecito professionale. In particolare, nell’ambito di applicazione della lett. c) rientrano sicuramente le condanne per reati diversi da quelli che comportano l’automatica esclusione ai sensi del comma 1, dell’art. 80 (cfr. Cons. Stato, V, 5 marzo 2019, n. 6443; V, 12 marzo 2019, n. 1649), laddove nel caso di specie i precedenti non dichiarati consistevano, tra l’altro, in una condanna per truffa e tre per violazione della normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Consiglio di Stato ritiene che vada confermato l’orientamento, dal quale non vi è ragione di discostarsi, nel caso di specie, per cui, l’esclusione della concorrente dalla gara trova la propria causa non nella ritenuta rilevanza, ai fini dell’art. 80, comma 5, lettera c) del D.Lgs. n. 50/2016, della condanna penale irrogata, bensì nella mancata indicazione di detta condanna, costituente di per sé autonoma causa di esclusione, comportando l’impossibilità della stazione appaltante di valutare consapevolmente l’affidabilità del concorrente. Va infatti riconosciuto, in capo alla stazione appaltante, un potere di apprezzamento discrezionale in ordine alla sussistenza dei requisiti di “integrità o affidabilità” dei concorrenti: per l’effetto, proprio al fine di rendere possibile il corretto esercizio di tale potere, questi ultimi sono tenuti a dichiarare qualunque circostanza che possa ragionevolmente avere influenza sul processo valutativo demandato all’amministrazione.

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